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L'AI Act non guarda come usate l'AI, guarda cosa pubblicate

Di Marco Masut · aggiornato il

Il 2 agosto 2026 l'AI Act è diventato applicabile in via generale, e la parte di cui tutti avevano paura non c'era. Gli obblighi sui sistemi ad alto rischio, quelli che impongono valutazioni di conformità, documentazione tecnica e sorveglianza umana strutturata, sono stati spostati più avanti dal pacchetto Digital Omnibus pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea a luglio 2026: 2 dicembre 2027 per i sistemi ad alto rischio autonomi, 2 agosto 2028 per quelli integrati in prodotti già regolati da altre norme di sicurezza europee. Quello che è scattato davvero, e che ora ha dietro un'autorità che può sanzionare, sono gli obblighi di trasparenza dell'articolo 50.

Gli obblighi di trasparenza dell'AI Act sono le regole che impongono di dichiarare quando una persona sta parlando con un sistema di intelligenza artificiale e quando un contenuto che arriva al pubblico è stato generato o manipolato da uno. Detto in modo brutale: la norma non entra in azienda a guardare come lavorate. Si mette sulla porta e guarda cosa esce.

Cosa è scattato davvero il 2 agosto

Dal 2 agosto 2026 le autorità nazionali di vigilanza sono operative e il regime sanzionatorio è esigibile. In Italia la vigilanza del mercato, con poteri di ispezione e sanzione, è dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, mentre l'Agenzia per l'Italia Digitale fa da autorità di notifica e accredita gli organismi che certificano la conformità dei sistemi. La ripartizione l'ha decisa la legge 23 settembre 2025 numero 132, in vigore dal 10 ottobre 2025. Fino al 2 agosto diversi obblighi esistevano sulla carta senza nessuno che li verificasse, ed è questa la differenza che conta.

L'articolo 50 dell'AI Act divide le responsabilità in un modo che vale la pena capire, perché decide quanto lavoro tocca a voi. Chi fornisce un sistema che interagisce direttamente con le persone, tipicamente un chatbot, deve fare in modo che l'utente sappia di stare parlando con un sistema di intelligenza artificiale, a meno che non sia già evidente. Chi fornisce un sistema generativo deve marcare gli output in un formato leggibile dalla macchina, così che siano riconoscibili come artificiali. Queste due cose ricadono sul fornitore, cioè sul software che avete comprato, non su di voi.

L'obbligo che ricade su chi usa il sistema è un altro, ed è il paragrafo 4. Chi pubblica un deepfake, cioè un contenuto che raffigura persone, luoghi o eventi reali in modo da sembrare autentico, deve dichiarare che è stato generato artificialmente. E chi pubblica un testo generato dall'AI allo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico deve dichiararlo. Con un'eccezione che è la parte più importante di tutto l'articolo per un'azienda normale: se il testo è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona si assume la responsabilità editoriale del contenuto, l'obbligo di dichiarare l'origine artificiale non si applica.

La lista dei sistemi ad alto rischio riguarda meno aziende di quante temano, ma qualche settore lo nomina per iscritto: l'Allegato III cita la valutazione del rischio e la tariffazione delle polizze vita e salute, e cosa comporta per chi intermedia è nel pezzo su cosa può fare l'intelligenza artificiale in un'agenzia assicurativa. Lo stesso Allegato III nomina per iscritto l'istruzione, dall'ammissione a un corso alla valutazione degli apprendimenti, e dove passa il confine per chi gestisce una scuola o un ente di formazione l'ho spiegato in cosa può fare l'intelligenza artificiale nella segreteria di una scuola.

Sui numeri conviene essere precisi, perché in giro circolano cifre usate per spaventare. L'articolo 99 prevede fino a 35 milioni di euro o il 7 per cento del fatturato mondiale annuo per le pratiche vietate, fino a 15 milioni o il 3 per cento per la violazione degli altri obblighi, fino a 7,5 milioni o l'1 per cento per le informazioni scorrette fornite alle autorità. Per le PMI e le start-up il regolamento dice espressamente che si applica il minore tra l'importo fisso e la percentuale, non il maggiore. Chi vi cita 35 milioni parlando della vostra ditta da venti dipendenti sta vendendo qualcosa.

Perché questo obbligo finisce sul marketing e non sull'informatica

Qui sta il punto che quasi nessuno ha detto in modo esplicito, e secondo me è la cosa più utile da portarsi a casa da questa scadenza. Per due anni il dibattito sull'AI Act ha parlato di classificazione del rischio, di sistemi di gestione e di conformità, cioè di un vocabolario che in azienda appartiene all'IT e a chi si occupa di adempimenti. Poi l'unico blocco di obblighi che è diventato davvero esigibile riguarda il chatbot sul sito, i testi pubblicati e le immagini delle campagne. Sono asset di comunicazione, non sistemi informatici.

Il risultato pratico è che l'AI Act è atterrato su un reparto che non ha seguito il dibattito. Il consulente informatico non ha niente da sistemare, perché nessuno gli chiede di certificare il gestionale. La persona che gestisce il sito e i contenuti ha tre cose da controllare e nella maggior parte dei casi non sa che la norma la riguarda. Se in questi mesi in azienda avete parlato di AI Act con l'informatico e mai con chi scrive i contenuti, avete preparato la parte sbagliata.

C'è un secondo motivo per cui questa distinzione conta, ed è il modo in cui le violazioni vengono scoperte. Un obbligo interno è difficile da verificare dall'esterno: nessuno sa con quale account gira la vostra automazione, ed è un tema che ho affrontato scrivendo di quali permessi dare agli strumenti AI in azienda. Un chatbot senza avviso sta su una pagina pubblica, la vede chiunque, e la può segnalare un concorrente, un cliente scontento o un'associazione di consumatori senza mettere piede in azienda. Gli obblighi che si vedono da fuori sono quelli che vengono contestati per primi, sempre, in qualsiasi materia.

Una precisazione, perché il messaggio non diventi allarmistico. Se usate ChatGPT o Copilot per scrivere email, preparare preventivi o sistemare documenti interni, l'articolo 50 non vi tocca in nessun modo. Nessuna norma dell'AI Act impone di dichiarare che un dipendente ha usato un assistente per scrivere. La linea è quella tra uso interno e contenuto destinato al pubblico, ed è una linea netta.

Cosa fare, in concreto

Prima cosa, il chatbot. Se sul sito avete un assistente conversazionale, apritelo come lo aprirebbe un cliente e guardate se l'avviso che dall'altra parte c'è un sistema di intelligenza artificiale compare prima che la persona inizi a scrivere. Non dentro l'informativa privacy, non in fondo alla pagina: nel punto in cui si apre la conversazione. L'obbligo formale è del fornitore, ma il sito è il vostro, quindi la telefonata da fare è a chi vi ha venduto il chatbot, con una domanda sola: il vostro sistema è conforme all'articolo 50 e da quando. Aggiungo una cosa che vale la pena sapere, perché è la trappola più comune: se avete personalizzato pesantemente lo strumento o ci avete messo sopra il vostro marchio, in certi casi potete essere considerati voi il fornitore. Vale la pena chiederlo per iscritto.

Seconda cosa, e costa meno di quanto sembri: usate l'eccezione invece di etichettare tutto. Per i testi che pubblicate, la strada più economica non è appiccicare un avviso "generato dall'AI" in fondo a ogni pagina, che tra l'altro non aiuta nessuno. È assegnare a ogni contenuto una persona che lo rivede e se ne assume la responsabilità editoriale prima della pubblicazione, e tenerne traccia. È esattamente la condizione che il paragrafo 4 dell'articolo 50 prevede per non applicare l'obbligo di dichiarazione, ed è anche l'unica delle due che migliora la qualità di quello che pubblicate. Se scegliete questa strada, però, deve essere vera: una casella spuntata senza che nessuno legga davvero non è controllo editoriale.

Terza cosa, una data da segnare. I sistemi generativi già sul mercato prima del 2 agosto 2026 hanno tempo fino al 2 dicembre 2026 per adeguarsi agli obblighi di marcatura dei contenuti. È una scadenza dei fornitori, non vostra, ma vi riguarda: da quel momento gli strumenti che usate cominceranno a marcare quello che producono, e conviene sapere in anticipo se questo cambia qualcosa nei vostri materiali. Sul resto degli adempimenti, dall'obbligo di alfabetizzazione al registro dei sistemi usati, ho messo il quadro completo nella guida all'AI Act per le PMI, aggiornata con i rinvii del Digital Omnibus.

Come ho ragionato per questo sito

Gli articoli di questo blog li scrive una routine automatica, e il paragrafo 4 dell'articolo 50 parla proprio di testi generati dall'AI e pubblicati. Quindi la domanda me la sono fatta prima di tutto su di me, e la risposta sta nel modo in cui la routine è costruita, non in un avviso a fondo pagina.

Nel repository del sito, dentro automazione-blog/cloud-agent/, ci sono i prompt che governano la routine, e c'è una riga che dice esattamente questo: "Non pubblicare mai niente di vivo. Marco revisiona a mano". Tradotta in meccanica, la routine deve scrivere published: false nel frontmatter di ogni bozza e aprire una proposta di modifica su GitHub. Per mandare online un articolo quel valore lo devo cambiare io, a mano, dopo averlo letto. Nessuna bozza diventa una pagina pubblica senza che qualcuno ci passi sopra gli occhi.

Non l'ho costruita così per l'AI Act, e sarebbe comodo raccontarlo al contrario. L'ho costruita così perché non voglio che esca a mio nome roba che non ho letto. Il fatto che quella scelta coincida con la condizione che il paragrafo 4 dell'articolo 50 chiede per non dover dichiarare niente è una conferma utile, non il motivo. Vale come regola generale: quasi sempre l'adempimento che regge è quello che avreste voluto comunque per conto vostro, e quello che dovete inventarvi da zero per una norma è il segnale che state risolvendo il problema sbagliato.

Il 2 agosto non ha portato in azienda l'adempimento pesante che molti si aspettavano, e chi vi vende un pacchetto di conformità completo oggi vi sta vendendo soprattutto il 2027. Ha portato una domanda molto più semplice, che si risponde in una mattina: di tutto quello che la vostra azienda pubblica là fuori, cosa lo ha scritto una macchina e chi ci mette la firma.

Domande frequenti

Devo mettere un avviso sul chatbot del mio sito?

Sì, una persona che scrive a un chatbot deve sapere che dall'altra parte c'è un sistema di intelligenza artificiale, a meno che non sia già evidente. L'obbligo dell'articolo 50 dell'AI Act ricade formalmente su chi fornisce il chatbot, quindi in genere sul software che avete acquistato, ma è il vostro sito a essere visibile e l'avviso deve comparire prima che la persona inizi a scrivere, non dentro l'informativa privacy.

Le email e i documenti scritti con ChatGPT vanno dichiarati?

No. Gli obblighi di trasparenza dell'AI Act riguardano i contenuti destinati al pubblico, non l'uso interno degli strumenti. Un preventivo, una email a un cliente o un documento interno scritti con l'aiuto di ChatGPT non richiedono nessuna dichiarazione, e nessuna norma dell'AI Act impone di segnalare che un dipendente ha usato un assistente per scrivere.

Chi controlla il rispetto dell'AI Act in Italia?

In Italia la vigilanza del mercato è affidata all'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, che ha poteri di ispezione e sanzione ed è il punto di contatto unico con le istituzioni europee. L'Agenzia per l'Italia Digitale è invece l'autorità di notifica e accredita gli organismi che certificano la conformità dei sistemi. La ripartizione arriva dalla legge 23 settembre 2025 numero 132, in vigore dal 10 ottobre 2025.

Un'immagine generata dall'AI per una campagna pubblicitaria va etichettata?

Dipende da cosa raffigura. L'obbligo di dichiarazione a carico di chi utilizza il sistema riguarda i deepfake, cioè i contenuti che raffigurano persone, luoghi o eventi reali in modo da sembrare autentici. Un'illustrazione dichiaratamente di fantasia o un'immagine astratta non ricadono nella stessa categoria, mentre la foto verosimile di un prodotto in una situazione mai avvenuta va trattata con molta più attenzione.

Quanto rischia davvero una piccola impresa con l'AI Act?

Molto meno delle cifre che circolano. L'articolo 99 dell'AI Act prevede fino a 35 milioni di euro o il 7 per cento del fatturato mondiale per le pratiche vietate e fino a 15 milioni o il 3 per cento per gli altri obblighi, ma per le PMI e le start-up si applica il minore tra l'importo fisso e la percentuale, non il maggiore. Per un'azienda che non usa l'AI su decisioni relative alle persone, il rischio concreto resta basso.

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