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Vibe coding: cos'è, come funziona e come si inizia

Di Marco Masut · aggiornato il

Il vibe coding è un modo di costruire software in cui descrivi in linguaggio naturale quello che vuoi ottenere e un agente di intelligenza artificiale scrive il codice al posto tuo. Non è no-code e non è low-code: quello che esce è codice sorgente vero, in linguaggi e framework veri, che puoi leggere, modificare, versionare con Git e portare altrove senza vendor lock-in. La differenza rispetto allo sviluppo tradizionale non sta nel prodotto finale, sta in chi scrive materialmente le righe: tu decidi architettura, stack e priorità, l'AI si occupa di sintassi, boilerplate e implementazioni ripetitive. Il termine, scritto anche vibecoding tutto attaccato, lo ha coniato Andrej Karpathy, ex direttore AI di Tesla, a inizio 2025. Per iniziare servono due cose sole: un agente di coding capace, come Claude Code, Cursor o Windsurf, e un terminale. Il resto è giudizio tecnico: riconoscere quando l'agente sta prendendo la strada sbagliata, e fermarlo.

Il vibe coding non è un concetto astratto. È quello che faccio ogni mattina quando apro il terminale, lancio Claude Code e comincio a costruire. Descrivo una feature, l'agente la implementa, io controllo il risultato, correggo la direzione se serve, e vado avanti. Il codice che esce è lo stesso che scriverei a mano, solo che ci metto un decimo del tempo. Il termine l'ha inventato Andrej Karpathy, uno che di intelligenza artificiale ne sa qualcosa, e lo ha descritto così: ti arrendi al flusso, abbracci gli esponenziali, e dimentichi che il codice esiste. Tu guidi, l'AI scrive. Io sono uno di quelli: ogni prodotto che ho costruito è nato così.

Quando ne parlo con persone che non l'hanno mai provato, la reazione più comune è confonderlo con il no-code. "Ah, quindi è come Bubble? Come Webflow?" No. È l'opposto. E la differenza conta.

Cos'è il vibe coding?

Il no-code ti dà un'interfaccia drag-and-drop dove trascini blocchi predefiniti. Sei limitato a quello che la piattaforma ti permette di fare. Il low-code è simile, con qualche possibilità in più di scrivere logica personalizzata. Il vibe coding è un'altra cosa.

Quando faccio vibe coding, il risultato è un progetto software con file .tsx, .py, .sql, con dipendenze gestite da npm o pip, con deploy su infrastrutture reali. È codice che puoi leggere, modificare, portare altrove, versionare con Git. Nessun vendor lock-in, nessuna piattaforma proprietaria. La differenza rispetto allo sviluppo tradizionale non è nel prodotto finale, è in chi materialmente scrive le righe di codice.

Tu pensi, l'AI scrive. Tu decidi l'architettura, scegli lo stack, definisci le priorità. L'AI si occupa della parte meccanica: la sintassi, i boilerplate, le implementazioni ripetitive. È come avere un collega molto veloce che non si stanca mai e conosce ogni framework, ma che ha bisogno di te per sapere cosa costruire e perché.

Come funziona nella pratica?

Il mio workflow quotidiano è semplice. Apro il terminale, mi posiziono nella cartella del progetto e lancio Claude Code:

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claude

Da lì in poi è una conversazione. "Aggiungi un sistema di notifiche email per quando un utente completa l'onboarding." Claude Code legge il progetto, capisce la struttura, trova il punto giusto dove inserire la logica, e implementa. Io guardo cosa ha fatto, testo, e se funziona vado avanti. Se non funziona, gli dico cosa correggere e lui corregge. Il ciclo è: descrivi, rivedi, itera, spedisci.

Non uso solo Claude Code. Esistono alternative valide come Cursor e Windsurf, che funzionano dentro un editor con un approccio più visuale. Li ho provati tutti. Claude Code resta il mio strumento principale perché lavora nel terminale, ha un contesto profondo sul codebase e ragiona prima di agire. Ma il vibe coding non dipende da un tool specifico: è un approccio, e funziona con qualsiasi agente di coding sufficientemente capace.

La parte che sorprende di più chi prova per la prima volta è la velocità. Feature che a mano richiedono ore diventano conversazioni da dieci minuti. Non perché il codice sia peggiore, ma perché l'AI elimina tutto il tempo morto: cercare la sintassi, ricordare come si configura un middleware, scrivere i test per un endpoint. Tutto quello che è meccanico e ripetitivo, l'agente lo fa più veloce di te.

Come si inizia?

Tre passaggi, in quest'ordine.

Il primo: scegli un progetto piccolo e vero. Non il clone di un social network, ma qualcosa che ti serve davvero, tipo un foglio di calcolo che vorresti diventasse un'applicazione o un modulo che oggi compili a mano. Con un obiettivo concreto capisci subito se il risultato è giusto o sbagliato, e capirlo subito è l'unica cosa che ti fa migliorare in fretta.

Il secondo: installa un agente di coding e imparane le basi. Io parto sempre da Claude Code, che si installa con un comando solo e lavora nel terminale; se preferisci restare dentro un editor, Cursor e Windsurf fanno lo stesso lavoro con un'interfaccia più visuale. Le impostazioni che conviene sistemare subito le ho raccolte in come configurare Claude Code.

Il terzo: chiedi una cosa alla volta e controlla ogni passaggio. Descrivi una funzione, guarda cosa ha scritto l'agente, provala, e solo allora passa alla successiva. Sembra lento la prima settimana e diventa velocissimo dopo, perché impari a dire all'AI esattamente cosa vuoi e a fermarla quando sta andando fuori strada.

Perché il vibe coding non è una moda?

Ogni volta che esce una nuova tendenza tecnologica, c'è chi la liquida come hype passeggero. Con il vibe coding succede lo stesso, e capisco lo scetticismo. Ma ci sono tre ragioni concrete per cui questa volta è diverso.

La prima: i modelli migliorano a ogni release. Il codice che Claude produceva un anno fa e quello che produce oggi non sono nemmeno paragonabili. Le allucinazioni diminuiscono, la comprensione del contesto aumenta, la qualità dell'output si avvicina sempre di più a quella di uno sviluppatore esperto. Questa traiettoria non si sta appiattendo, sta accelerando.

La seconda: i tool diventano sempre più autonomi. Sei mesi fa dovevi guidare l'agente passo dopo passo. Oggi gli descrivi un obiettivo complesso e lui lo scompone in sotto-task, li esegue in sequenza, testa il risultato e si autocorregge. La direzione è chiara: sempre meno microgestione, sempre più delega reale.

La terza: i risultati sono in produzione. Non sto parlando di demo o prototipi. Ho costruito e spedito più di cinque prodotti con il vibe coding, tutti in produzione, con utenti reali che pagano. Questo sito, DECISOR.AI, CodeSentinel, Socratico, tutti costruiti così. Li ho raccontati uno per uno in come ho costruito 5 SaaS con l'AI. Se il vibe coding fosse una moda, non ci costruirei sopra il mio business.

Chi può fare vibe coding?

Ecco la parte più interessante. Il vibe coding non è solo per sviluppatori. È per chiunque sappia pensare in modo strutturato e abbia abbastanza comprensione tecnica da valutare quello che l'AI produce.

Se sei un imprenditore che capisce il proprio dominio, sai cosa vogliono i tuoi clienti e hai la capacità di distinguere un prodotto fatto bene da uno fatto male, puoi fare vibe coding. Non ti serve sapere cos'è una closure in JavaScript. Ti serve sapere cosa vuoi costruire, per chi, e perché. La barriera d'ingresso nel creare software si è abbassata come mai prima, e questo cambia le regole per tutti.

Ma attenzione: abbassare la barriera non significa eliminarla. Serve ancora giudizio. Serve sapere quando l'AI sta prendendo una strada sbagliata. Serve capire se l'architettura regge o se tra tre mesi ti crolla tutto in testa. Come ho scritto nell'articolo su perché il codice è diventato una commodity, la parte facile è costruire. La parte difficile è costruire la cosa giusta. Il vibe coding risolve il primo problema, non il secondo. Per quello servono ancora le persone.

Se c'è una competenza che vale la pena sviluppare nel 2026, è questa: saper guidare un agente AI per costruire software reale. Non è programmazione nel senso tradizionale. Non è management. È una cosa nuova, a metà strada, e chi la padroneggia adesso avrà un vantaggio che sarà difficile da colmare.

Domande frequenti

Cosa significa vibe coding?

Vibe coding, scritto anche vibecoding tutto attaccato, significa costruire software descrivendo in linguaggio naturale cosa si vuole ottenere, lasciando che sia un agente AI a scrivere materialmente il codice. Chi guida decide architettura, stack e priorità; l'AI si occupa di sintassi, boilerplate e implementazioni ripetitive. Il risultato è un progetto software vero, con file, dipendenze e deploy su infrastruttura reale.

Il vibe coding è la stessa cosa del no-code?

No. Il no-code ti dà un'interfaccia drag and drop e ti limita a quello che la piattaforma permette. Con il vibe coding ottieni codice sorgente leggibile, modificabile, versionabile con Git e portabile altrove, senza vendor lock-in. La differenza rispetto allo sviluppo tradizionale non è nel prodotto finale, è in chi scrive materialmente le righe di codice.

Serve saper programmare per fare vibe coding?

Non serve conoscere la sintassi nel dettaglio, serve giudizio tecnico. Devi saper pensare in modo strutturato, capire quando l'agente sta prendendo una strada sbagliata e valutare se l'architettura regge nel tempo. Un imprenditore che conosce bene il proprio dominio può fare vibe coding senza sapere cos'è una closure in JavaScript.

Quali strumenti servono per iniziare?

Un agente di coding capace e un terminale. Claude Code è oggi lo strumento più rappresentativo, ma esistono alternative valide come Cursor e Windsurf, che lavorano dentro un editor con un approccio più visuale. Il vibe coding non dipende da un tool specifico: è un approccio, e funziona con qualsiasi agente sufficientemente capace.

Il vibe coding è solo una moda passeggera?

Tre elementi dicono di no: i modelli migliorano a ogni release e le allucinazioni diminuiscono, gli agenti diventano sempre più autonomi nello scomporre ed eseguire obiettivi complessi, e i prodotti costruiti così sono già in produzione con utenti paganti. Non demo o prototipi, ma software che genera ricavi.

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