Vibecoding: cosa significa e perché cambierà lo sviluppo software
In breve: Il vibecoding è un modo di costruire software in cui descrivi quello che vuoi in linguaggio naturale e un agente AI scrive il codice al posto tuo. Non è no-code, non è low-code: è codice vero, in linguaggi di programmazione veri, con framework veri. La differenza è che non lo scrivi tu riga per riga, lo guidi tu a livello alto mentre l'AI si occupa dell'implementazione. Il termine lo ha coniato Andrej Karpathy, ex direttore AI di Tesla, a inizio 2025. Da allora è diventato il modo in cui migliaia di sviluppatori e imprenditori costruiscono prodotti ogni giorno. Io sono uno di quelli: ogni prodotto nella mia pagina progetti è nato con il vibecoding.
Il vibecoding non è un concetto astratto. È quello che faccio ogni mattina quando apro il terminale, lancio Claude Code e comincio a costruire. Descrivo una feature, l'agente la implementa, io controllo il risultato, correggo la direzione se serve, e vado avanti. Il codice che esce è lo stesso che scriverei a mano, solo che ci metto un decimo del tempo. Il termine l'ha inventato Andrej Karpathy, uno che di intelligenza artificiale ne sa qualcosa, e lo ha descritto così: ti arrendi al flusso, abbracci gli esponenziali, e dimentichi che il codice esiste. Tu guidi, l'AI scrive.
Quando ne parlo con persone che non l'hanno mai provato, la reazione più comune è confonderlo con il no-code. "Ah, quindi è come Bubble? Come Webflow?" No. È l'opposto. E la differenza conta.
Cos'è il vibecoding?
Il no-code ti dà un'interfaccia drag-and-drop dove trascini blocchi predefiniti. Sei limitato a quello che la piattaforma ti permette di fare. Il low-code è simile, con qualche possibilità in più di scrivere logica personalizzata. Il vibecoding è un'altra cosa.
Quando faccio vibecoding, il risultato è un progetto software con file .tsx, .py, .sql, con dipendenze gestite da npm o pip, con deploy su infrastrutture reali. È codice che puoi leggere, modificare, portare altrove, versionare con Git. Nessun vendor lock-in, nessuna piattaforma proprietaria. La differenza rispetto allo sviluppo tradizionale non è nel prodotto finale, è in chi materialmente scrive le righe di codice.
Tu pensi, l'AI scrive. Tu decidi l'architettura, scegli lo stack, definisci le priorità. L'AI si occupa della parte meccanica: la sintassi, i boilerplate, le implementazioni ripetitive. È come avere un collega molto veloce che non si stanca mai e conosce ogni framework, ma che ha bisogno di te per sapere cosa costruire e perché.
Come funziona nella pratica?
Il mio workflow quotidiano è semplice. Apro il terminale, mi posiziono nella cartella del progetto e lancio Claude Code:
cd il-mio-progetto
claude
Da lì in poi è una conversazione. "Aggiungi un sistema di notifiche email per quando un utente completa l'onboarding." Claude Code legge il progetto, capisce la struttura, trova il punto giusto dove inserire la logica, e implementa. Io guardo cosa ha fatto, testo, e se funziona vado avanti. Se non funziona, gli dico cosa correggere e lui corregge. Il ciclo è: descrivi, rivedi, itera, spedisci.
Non uso solo Claude Code. Esistono alternative valide come Cursor e Windsurf, che funzionano dentro un editor con un approccio più visuale. Li ho provati tutti. Claude Code resta il mio strumento principale perché lavora nel terminale, ha un contesto profondo sul codebase e ragiona prima di agire. Ma il vibecoding non dipende da un tool specifico: è un approccio, e funziona con qualsiasi agente di coding sufficientemente capace.
La parte che sorprende di più chi prova per la prima volta è la velocità. Feature che a mano richiedono ore diventano conversazioni da dieci minuti. Non perché il codice sia peggiore, ma perché l'AI elimina tutto il tempo morto: cercare la sintassi, ricordare come si configura un middleware, scrivere i test per un endpoint. Tutto quello che è meccanico e ripetitivo, l'agente lo fa più veloce di te.
Perché non è una moda?
Ogni volta che esce una nuova tendenza tecnologica, c'è chi la liquida come hype passeggero. Con il vibecoding succede lo stesso, e capisco lo scetticismo. Ma ci sono tre ragioni concrete per cui questa volta è diverso.
La prima: i modelli migliorano a ogni release. Il codice che Claude produceva un anno fa e quello che produce oggi non sono nemmeno paragonabili. Le allucinazioni diminuiscono, la comprensione del contesto aumenta, la qualità dell'output si avvicina sempre di più a quella di uno sviluppatore esperto. Questa traiettoria non si sta appiattendo, sta accelerando.
La seconda: i tool diventano sempre più autonomi. Sei mesi fa dovevi guidare l'agente passo dopo passo. Oggi gli descrivi un obiettivo complesso e lui lo scompone in sotto-task, li esegue in sequenza, testa il risultato e si autocorregge. La direzione è chiara: sempre meno microgestione, sempre più delega reale.
La terza: i risultati sono in produzione. Non sto parlando di demo o prototipi. Ho costruito e spedito più di cinque prodotti con il vibecoding, tutti in produzione, con utenti reali che pagano. Questo sito, DECISOR.AI, CodeSentinel, Socratico, tutti costruiti così. Puoi vederli nella mia pagina progetti. Se il vibecoding fosse una moda, non ci costruirei sopra il mio business.
Chi può fare vibecoding?
Ecco la parte più interessante. Il vibecoding non è solo per sviluppatori. È per chiunque sappia pensare in modo strutturato e abbia abbastanza comprensione tecnica da valutare quello che l'AI produce.
Se sei un imprenditore che capisce il proprio dominio, sai cosa vogliono i tuoi clienti e hai la capacità di distinguere un prodotto fatto bene da uno fatto male, puoi fare vibecoding. Non ti serve sapere cos'è una closure in JavaScript. Ti serve sapere cosa vuoi costruire, per chi, e perché. La barriera d'ingresso nel creare software si è abbassata come mai prima, e questo cambia le regole per tutti.
Ma attenzione: abbassare la barriera non significa eliminarla. Serve ancora giudizio. Serve sapere quando l'AI sta prendendo una strada sbagliata. Serve capire se l'architettura regge o se tra tre mesi ti crolla tutto in testa. Come ho scritto nell'articolo su perché il codice è diventato una commodity, la parte facile è costruire. La parte difficile è costruire la cosa giusta. Il vibecoding risolve il primo problema, non il secondo. Per quello servono ancora le persone.
Se c'è una competenza che vale la pena sviluppare nel 2026, è questa: saper guidare un agente AI per costruire software reale. Non è programmazione nel senso tradizionale. Non è management. È una cosa nuova, a metà strada, e chi la padroneggia adesso avrà un vantaggio che sarà difficile da colmare.